Vorrei recuperare la spensieratezza di un tempo: la storia di Adriano

Militare in Capitaneria di Porto lontano da casa, Adriano ci racconta come ha affrontato il lockdown lontano dalla famiglia a causa del suo lavoro. Ci spiega come e perché vorrebbe recuperare la spensieratezza di un tempo.

Ho sempre “fatto mia” la massima

«Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita»

Confucio

Mi chiamo Adriano, ho 26 anni, sono nato a Reggio Calabria e da qualche anno, dopo aver conseguito la laurea, sono un militare del Corpo delle Capitanerie di Porto in ferma prefissata. È un lavoro che amo e sono felice di farlo. Un tempo era anche un lavoro che svolgevo in totale spensieratezza, un lavoro che mi piace moltissimo, oggi causa pandemia non è più così “spensierato”.

Mi ritengo comunque un uomo fortunato: la mia passione e il mio lavoro coincidono.

Ho sempre cercato di pormi come obiettivo il raggiungimento del passaggio in servizio permanente in questa forza armata perché ritengo che prestare servizio per il nostro Paese e ancora di più per la tutela delle vite umane in mare sia molto importante.

Presto servizio fuori città, per questo vivo in caserma e, quindi, lontano da casa, ma amo molto quello che faccio e questo mi aiuta a superare i piccoli disagi del vivere lontano da casa.

Soprattutto in quest’ultimo anno è stata dura.

Ricordo perfettamente il momento in cui tutte le televisioni – in diretta – annunciavano l’inizio dello stato di pandemia e il conseguente lockdown che da lì a poco avrebbe stravolto la vita di noi tutti. Le restrizioni per prevenire la diffusione del virus hanno inevitabilmente stravolto anche la vita in caserma e quindi anche la mia vita. Da quella che inizialmente avrebbe dovuto essere una breve fase di “sacrificio”, beh… mi sono ritrovato a dover stare lontano da casa per oltre due mesi.

Mi son dovuto abituare.

In tutto quel tempo, ho sofferto la lontananza dalla mia numerosa famiglia, dalla mia ragazza e dai miei amici che vedevo soltanto tramite videochiamate, durante i momenti di pausa dal servizio.

I controlli in strada e in mare, le giornate in ufficio con mascherine e guanti per una maggiore protezione, sono stati innumerevoli. Le nuove norme da rispettare e far rispettare hanno cambiato i modi di approccio con le persone, che più passavano i giorni e più perdevano la serenità e la speranza che tutto sarebbe tornato come prima.

Come ho affrontato tutto questo?

Innanzitutto mi ha aiutato il pensiero di fare la cosa giusta, perfettamente in linea con la mia missione. Alla base di tutto c’è l’amore per il mio lavoro.

Nonostante le difficoltà con le quali ho affrontato questa lontananza, il primo lockdown l’ho vissuto cercando di utilizzare al meglio il tempo libero che avevo a disposizione continuando a fare sport, in stanza e non più all’aperto o in piscina e studiando per i concorsi futuri.

Fortunatamente il clima che si è creato all’interno della caserma con gli altri colleghi è stato davvero piacevole!

Come me, anche altri colleghi si sono ritrovati a non poter rientrare a casa per moltissimo tempo. Questa esperienza mi ha fatto capire l’importanza di svolgere il proprio lavoro con passione. Se non avessi amato il mio lavoro, mi sarebbe pesato il triplo stare così a lungo lontano da casa.

Pur rispettando le norme e mantenendo le distanze in maniera corretta siamo riusciti a creare le occasioni per trascorrere questo lockdown insieme, vivendo dei momenti di svago durante le festività pasquali trascorse in caserma.

Col passare delle settimane la mancanza delle persone a me care si è fatta sentire sempre più, ma dentro di me rimaneva viva (ed ancora rimane) la speranza che in breve tempo si sarebbe tornati alla normalità e che avrei potuto riabbracciare la mia famiglia: siamo molto uniti, mi manca la possibilità di scambiare un abbraccio o scherzare con i miei nipoti, vivere il quotidiano a stretto contatto con Giada, la mia ragazza e i miei genitori per i pochi giorni in cui solitamente rientro a casa.

Per questo motivo le norme restrittive, le distanze obbligatorie, sono state difficili da rispettare...

Ciò che prima poteva essere una normale stretta di mano, è diventato qualcosa a cui dover prestare le giuste attenzioni, per preservare noi stessi e chi ci sta accanto.

Il pensiero è andato anche ai miei due fratelli che, come me, non sono potuti rientrare a casa, vivendo in altre regioni bloccati da un giorno all’altro dalle restrizioni del primo lockdown.

Ogni giorno ci sentivamo per farci forza a vicenda.

Mi ricordo perfettamente il giorno in cui ho potuto rivedere i miei cari.

È stata un’emozione fortissima.

Il momento in cui ho pensato che cercherò di cogliere tutti gli attimi per poter passare del tempo con la mia famiglia. È questo il consiglio che voglio dare a chi sta leggendo ma, soprattutto ai miei nipoti.

Oggi, a un anno di distanza dal primo lockdown, sono convinto che i momenti vadano vissuti a pieno non dando nulla per scontato: ciò che prima sembrava l’anormalità è infatti diventata normalità.

Un giorno, spero non molto lontano, quando tutto questo finalmente sarà superato una delle cose che desidero fare è visitare Venezia insieme ai miei genitori e alla mia ragazza. E tornare a rivivere il mio lavoro con la stessa spensieratezza di un tempo.

Una foto di Adriano in divisa, scattata durante il periodo di servizio militare del 2020.
Giada Maria Priolo
Sono una studentessa di Comunicazione e Dams. Mi piace la pubblicità. Le mie passioni sono la fotografia, il cinema, i libri. Amo viaggiare e vedere opere d'arte. Sono dolce, ma anche puntigliosa, ci tengo a quello che faccio. Il mio motto: "Fai in modo che succeda".

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