Torneremo mai come prima? Forse no. Ma non è detto che sia un male

Simone è un militare della Guardia di Finanza, ha continuato a lavorare sempre durante la pandemia non senza preoccupazioni. È una persona ottimista e spera che questi mesi di stop forzato, siano stati di aiuto per pensare e capire cosa conta realmente nella vita. Per lui è stato così. E per te? Difronte la sofferenza siamo soli, allora cosa fare?

Sono Simone, ho 42 anni e sono sposato con Rossella.

Sono un militare della Guardia di Finanza in servizio a Reggio Calabria, mia città natale.

L’emergenza Covid che ha mutato o addirittura stravolto le abitudini di tantissime persone, ha cambiato poco nella mia quotidianità. Dico questo perché la mia figura professionale mi ha obbligato a proseguire il lavoro in presenza senza soluzione di continuità, anche nei momenti di chiusura totale.

Lavorare in presenza rispettando tutti gli accorgimenti e le precauzioni previsti dai vari DPCM non è stato facile. Il mio impiego in particolare si sviluppa soprattutto a bordo delle motovedette del Corpo e lavorando con il mio equipaggio a strettissimo contatto in ambienti spesso angusti, non è stato facile rispettare le precauzioni e il distanziamento consigliati per prevenire il contagio.

Ma i sacrifici hanno pagato, finora non sono stato contagiato.

-Chissà come sarà tornare a vivere la normalità come prima?-

Come prima?

Sicuramente, il concetto di “come prima” credo che andrà rivisto nel senso che questo periodo rappresenta una cesura rispetto a quello che abbiamo vissuto fino ai primi mesi del 2020.

Credo infatti che come tutte le crisi personali, sociali ed economiche, questa lascerà il segno, non soltanto sui libri di storia e ciò non è detto che sia un aspetto negativo.

Questo periodo ci ha costretti ad ascoltarci. Ascoltare noi stessi, i familiari, gli amici.

Siamo stati costretti a fare delle riflessioni su noi stessi, su come viviamo gli affetti, le amicizie, il lavoro e la nostra esistenza in generale.

Questo sarà un punto di ripartenza obbligato nell’approccio alla vita “normale”.

Sono tendenzialmente ottimista, pertanto mi auguro che le famose riflessioni cui ognuno di noi giungerà siano foriere di speranza e della tanto richiamata resilienza.

Molti sono stati i cambiamenti che tutti noi abbiamo dovuto adottare per sopperire all’impossibilità di frequentarci in presenza.
Cito alcune novità che già sono in atto: il lavoro agile o smartworking, la didattica a distanza, così come l’utilizzo intensivo di corrieri e riders per lo scambio di beni.

Non voglio dilungarmi su argomenti non di mia competenza, tuttavia sebbene quelli citati non siano la panacea di tutti i mali, sono modelli positivi di rapido adattamento dell’uomo alle situazioni e rappresentano strumenti utili da tenere in considerazione a prescindere dalla situazione di pandemia in corso.

La fine della pandemia?

Sebbene sia una persona positiva, la fine di questo periodo di pandemia non credo che sia vicina. Ma nel mio piccolo cerco di concentrarmi su quello che è, non quello che è stato o che sarebbe potuto essere. Il rischio di recriminare sulle restrizioni e limitazioni più o meno condivise porta alla alienazione dalla realtà.

Dopo tutti questi mesi sto tentando di tirare un po’ le somme e mi sto rendendo conto che, sebbene non sia l’uomo più socievole del mondo – mia moglie mi definisce un po’ “orso” – sto pagando anch’io lo scotto dell’impossibilità del contatto fisico.

Mi riferisco a una stretta di mano, a un abbraccio, a un bacio con chi normalmente si è abituati ad avere questi scambi umani. Alla luce di ciò mi immedesimo in coloro che, molto più espansivi ed estroversi di me, hanno dovuto limitare in modo brusco queste abitudini.

Il mio pensiero in particolare va alla categoria che in termini umani, sociali e probabilmente psicologici sta pagando il costo più alto di questa condizione: i giovani.

Se è vero che il prezzo in termini di vite e conseguenze fisiche della malattia è stato pagato di più dagli anziani, quello relativo all’impossibilità di frequentarsi, vedersi, andare a scuola e fare tutto ciò che è più naturale per un ragazzo è gravato soprattutto su adolescenti e giovanissimi.

Ho tre figli e la più grande di 13 anni ha sofferto molto per aver lasciato la scuola media senza poter salutare i propri compagni. Ciò mi ha fatto molto riflettere proiettando questa sofferenza per i milioni di ragazzi che hanno vissuto analoghe situazioni.

Mi ritengo un privilegiato in questa situazione, per vari motivi:

1. La Fede in Dio mi ha illuminato circa l’ordine di priorità dei valori da seguire;

2. Vivere in una famiglia sana e anche relativamente numerosa mi ha garantito una certa socialità;

3. Il lavoro mi ha garantito una quotidianità senza soluzione di continuità;

4. Il mio hobby principale, il ciclismo è stato uno dei pochi sport che al di là del periodo di chiusura totale si è potuto praticare quasi sempre.

Tutto ciò è stato di grande aiuto per la mia integrità spirituale, psichica e fisica.

Mi definisco una persona molto razionale e per questo spesso faccio riferimento alle regole, alle leggi e anche alla scienza.

Ritengo che questa foto sia rappresentativa di questo periodo. La figura del medico che non cura solo la patologia mi ha sempre colpito. Ma questa qualità oggi vale tanto di più, perché il malato vive la sofferenza senza la vicinanza e la consolazione dei propri cari.

Tuttavia una riflessione che ho fatto in merito a questo periodo è che quello su cui spesso pongo cieca fiducia, penso per esempio al pensiero scientifico, si è rivelato talvolta inadeguato se non addirittura fallace di fronte alle proporzioni di questo problema.

Ciò mi ha aiutato a focalizzare la mia attenzione su ciò che è realmente infallibile e assoluto, cioè Dio.

Affido a Lui le mie preoccupazioni e le mie speranze.

Non vorrei dare consigli non richiesti… Il comune denominatore di questa pandemia è la solitudine (in casa, in ospedale, al computer, etc.).

La mia esperienza mi ha insegnato che sempre di fronte alla sofferenza si è soli.

Da qui la scelta, restare nella disperazione del deserto o alzare gli occhi al cielo per sperimentare una vicinanza con Dio laddove non si trova altra consolazione.

Un saluto ai lettori di Iamu.

Rebecca Siria Scordo
Sono una studentessa di Comunicazione e DAMS. Mi piace il bello, ma soggettivo. La mia passione è la moda, ma mi innamoro di tutto ciò che faccio. Sono una zia a tempo pienissimo, mi definisco la zia cattiva.

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