Partorire e fare la mamma durante la pandemia con quattro figli chiusi in casa

Nelle prossime righe leggerai l’esperienza di una donna che ci racconta com’è riuscita a partorire e fare la mamma durante la pandemia. Nella lettera parla dell’amore alla vita ma non senza dolori, che non lascia spazio alla paura.

Ciao mi chiamo Valentina, ho trentasei anni e nella vita faccio prevalentemente la mamma.

 Mi sono diplomata all’Istituto d’arte della mia città, Reggio Calabria, e poi ho intrapeso la carriera universitaria iscrivendomi alla facoltà di Architettura. Per varie vicissitudini, tra cui il matrimonio e i figli, ho abbandonato gli studi, ma due anni fa ho ripreso gli studi e spero di concludere presto, laurendomi. 

Da un paio di anni sto svolgendo un tirocinio regionale presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, e spero possa diventare un vero e proprio lavoro.

In questo ultimo anno è stato difficile lavorare al Museo a contatto con il pubblico, subendo tutte le restrizioni del Covid e indossando per tutto il giorno la mascherina. Sono stata in maternità fino a gennaio 2021, e il Museo ha riaperto i primi di febbraio,quando la regione è tornata in zona gialla. Purtroppo è durato molto poco, e siamo nuovamente chiusi al pubblico.

Rientrare in servizio e riprendere i ritmi di vita normali non è stato facile, molto spesso mi trovo ad avere paura, cerco di igienizzare sempre le mani, evito di toccare le superfici comuni, come i corrimano delle scale o le scrivanie e se lo faccio cerco l’igienizzante nella borsa. 

Questa è nuova normalità, ma non ha niente di normale.

La mia paura non è solo contrarre il virus, piuttosto è contagiare i miei familiari. Ho quattro figli, Sarah di dieci anni, Sophia di otto anni, Saverio di cinque anni e la piccola Simona che ha appena dieci mesi.

L’ultima figlia è nata durante il primo lockdown del 2020, esattamente il 18 maggio, giorno in cui si è usciti dalle restrinzioni più severe.

 Ho dovuto  affrontare il parto e il ricovero completamente da sola e nonostante per me fosse la quarta esperienza, è stato molto faticoso psicologicamente non avere vicino mio marito e i miei familiari. 

Questo periodo mi ha cambiata profondamente.

Perché  insieme a mio marito abbiamo dovuto affrontare una grande prova; la mia secondo genita, Sophia, è nata affetta da Talassemia, è stata una figlia desiderata e voluta nonostante sapessimo del rischio di potere avere un figlio malato e per questo è stata accolta fin da subito con consapevolezza ma non senza tribolazione.

 Mio marito ed io siamo credenti e in questa figlia abbiamo scoperto l’amore di Dio per la nostra vita. Nei primi anni di vita Sophia, non ha quasi avuto contatto con l’ospedale, poiché  la malattia sembrava quasi sopita dentro lei. Certo, ci recavamo periodicamente a fare dei controlli ma la sua e la nostra vita trascorrevano tranquille quasi come il problema non esistesse.

 A gennaio 2020 le cose peggiorano notevolmente e dopo una lunga febbre che sembrava non volesse passare.

I valori di Sophia precipitano sotto la soglia minima e si rende necessario intensificare le visite in ospedale. All’epoca ero incinta al sesto mese ma ho dovuto farmi forza e affrontare le visite con lei.

Quando è scoppiata la pandemia era marzo e date le mie condizioni i medici mi vietarono di accompagnare Sophia in ospedale e dovette pensarci mio marito.

Era per me, la prima volta, in sette anni e sette mesi della sua vita, che non la portavo io, che non le tenevo la mano durante un prelievo e non la consolavo alla fine con un bel cornetto al bar, appena uscite dall’ospedale.

È stata durissima per me.

Ho capito che partorire e fare la mamma durante la pandemia è davvero stata un’impresa.

Partorire e fare la mamma durante la pandemia. Valentina pre parto
Il parto, segno di un dolore per dare la vita.

Sophia invece dopo i primi minuti di sconforto, si è “accontentata” del papà.

La mia condizione, mi faceva sentire maggiormente in colpa, mi sentivo di abbandonare una figlia per proteggerne un’altra.

Noi mamme siamo così, sempre piene di sensi di colpa.

Alla fine ho ricevuto una bella lezione dalla mia bambina di sette anni e sette mesi. Un giorno tornando dall’ospedale mi viene incontro tutta felice e mi dice:” sai mamma mi sei mancata, ma ho conosciuto in reparto una signora speciale che mi ha regalato una mascherina fatta a mano per noi bambini”. Perché i bambini sono così, riescono a vedere il buono in quello che gli accade intorno. Se non avessi avuto fede in tutto questo tempo sarei finita nel baratro, a piangermi addosso, a chiedermi perché.

Perché in tutti questi anni proprio adesso, con la Pandemia, mentre ero in attesa, doveva succedere che lei si aggravasse e che dovesse iniziare il percorso trasfusionale?

Invece Dio, come sempre nella mia vita, mi ha risposto.

 Dopo quel brutto momento le sue condizioni si sono stabilizzate e sono riuscita a partorire e ad essere lì presente a tenerle la mano alla sua prima trasfusione.

 Non sempre trovo un senso a quello che mi è accaduto in questi tredici mesi.

Mesi in cui la mia vita è cambiata. Ma sono certa che la storia che mi si presenta davanti è una storia che volgerà al bene; mia figlia vive la sua patologia con serenità e anche noi la aiutiamo in questo, nonostante il Covid.

Sophia va a scuola e prova a fare una vita normale come tutti noi, anche se oggi normale significa abbianare la mascherina ai vestiti, o per me quando lavoro, truccare solo gli occhi altrimenti la mascherina diventa rosa, e igienizzare di continuo le mani. In casa abbiamo iniziato a camminare scalzi e lasciare le scarpe fuori dalla porta. Non so quanto questo servirà, forse prenderemo il Covid lo stesso o forse no.

Ma la vita va avanti, non c’è spazio per la paura.

 Se posso dare un consiglio è quello di affrontare un giorno alla volta, una paura alla volta, ma non rinunciare a tutto; noi continuiamo a lavorare, ad andare a scuola, ad andare in Chiesa, la vita deve continuare.

Ieri siamo andati in spiaggia, i bambini giocavano a pallone, le bambine con la sabbia e sotto il sole di marzo togliendo la mascherina e guardando il mare, sembrava che il Covid non ci fosse mai stato.

Rebecca Siria Scordo
Sono una studentessa di Comunicazione e DAMS. Mi piace il bello, ma soggettivo. La mia passione è la moda, ma mi innamoro di tutto ciò che faccio. Sono una zia a tempo pienissimo, mi definisco la zia cattiva.

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