Sarebbe bello se i nonni fossero immortali.

Ci sarebbe sempre qualcuno al mondo pronto ad accarezzarci con la tenerezza tipica di un nonno o di una nonna.

Ma anche una persona vicina a noi che le cazzate, le esperienze, le ambizioni e i sogni (ma soprattutto le cazzate) li ha vissuti prima di noi tutti, ma proprio tutti. In ogni caso non avremmo seguito i loro consigli, ma loro ce li avrebbero comunque dispensati.

Il gesto di amore più grande che ci hanno consegnato è la nostra storia, quella della nostra famiglia (a volte anche numerosa), quella di un mondo che non c’è più eppure a noi sembra di vederlo, grazie ai loro racconti pieni zeppi di particolari più o meno bizzarri.

La verità è che quei capelli bianchi – qualcuno adesso sta spuntando anche a me – non sono semplicemente il certificato della saggezza, come si è soliti dire.

Quei capelli bianchi sono le radici che nessuno guarda di un albero rigoglioso. Quell’albero che oggi sono io.

Ho chiamato mia nonna, l’unica che mi è rimasta, per dirle «Auguri nonna».

Lei non sapeva nemmeno che oggi si festeggiasse la festa dei nonni.

Per lei è festa ogni volta che ci sentiamo o vediamo.

Un paio di giorni fa è caduta, un paio di punti in testa.

«Ma sono qui ancora» mi ha detto con la titubanza di chi sa di averla scampata, ma ostenta sicurezza come qualsiasi nonna col nipotino (ormai nipotone).

Sin da bambino mi piaceva ascoltare i racconti dei miei nonni.

Mi piaceva quel mondo povero di carta moneta e ricco di rapporti umani.

Mi affascinava il modo con cui i miei nonni si avvicinavano al progresso scientifico e tecnologico: l’iniziale diffidenza, i «mah, io non so dove andremo a finire», le sbuffate. I rimbrotti per una società che prendeva direzioni distorte ai loro occhi, secondo i modelli con cui erano cresciuti e vissuti.

I miei nonni non erano cresciuti nell’Italia del benessere (il famoso welfare), ma erano cresciuti aspettando il padre, il capofamiglia – ovvero il mio bisnonno – per cenare con poco tutti insieme al tramonto; poi c’erano le candele e quando si spegnevano le candele c’era ancora il tempo di raccontarsi qualche nenia prima di andare a dormire.

Mi sarebbe piaciuto vivere al loro tempo, ma probabilmente la persona che sono oggi non ci sarebbe mai riuscita.

Ci sono moltissimi altri racconti da riportare, ma non voglio cadere anch’io nella tentazione di utilizzare la comoda via della tecnologia. Che allontana le persone e quindi anche i nonni dalla nostra vita. Oggi che tre di loro sono i miei angeli custodi nel cielo, io sulla terra custodisco la storia che mi hanno tramandato, una storia bellissima fatta di uomini e donne coraggiosi e generosi.

Fatta di famiglia, quella vera. Di matrimoni impolverati e campi a perdita d’occhio.

La custodisco io, adesso, questa storia bellissima e divertente, buffa e malinconica. Per raccontarla quando e se verrà il mio turno.

Ogni nipote non può fare regalo più grande a un nonno che chiedergli di aprire il cassetto dei ricordi. E ogni nonno altrettanto, come ha fatto il signor Antonio in questo video in cui mi ha raccontato la sua infanzia.

Lì c’è il futuro, c’è impresso chi eravamo e come saremo, c’è la vita che va avanti velocissima. Ma finché ci sarà un nipote curioso, ci saranno dei nonni felici e nulla andrà perduto.

Neppure un attimo, nemmeno l’ultimo istante per stare insieme a loro.

 

Qualche tempo dopo quel 2 ottobre 2015 – quando scrissi questo post per il blog – la nonna è volata in cielo. Ma restano indelebili i ricordi, le storie, i sacrifici e i tanti baci che ho ricevuto come un dono per la mia vita da parte di tutti i miei nonni. W i nonni! S