In fondo ad un pozzo, senza via di fuga, senza possibilità di scampare, semplicemente persa. Priva di strumenti per affrontare altro dolore, altri problemi. Lontana, molto lontana dal seminato, persa in mezzo ad altri semi che mi sono estranei. Non riconosco nulla intorno a me: non mi è familiare la mia famiglia, non lo sono i miei vestiti e la mia stanza, la mia casa. Non mi è familiare il mio piccolo tesoro, non mi è familiare nulla. Come al capolinea di un autobus, o sul fondo della fossa delle Marianne. In un vicolo cieco e con un randagio dietro. Come una anziana signora a cui hanno rubato la borsetta. Come una donna che si accontenta, che si vende. Come se io non fossi io, non fossi mai stata qui.

 

Come un pesce nella boccia, che sbatte continuamente sulle stesse pareti. Come un cane nella cuccia, che volta e gira o gira e volta, prenderà sempre la stessa posizione. Tutto ciò che prima mi era caro lo guardo con occhi vuoti e persi, come se niente fosse stato parte del mio cuore. In balia di quello che mi accade intorno, passiva come un’alga che si fa scuotere dalla corrente. Quasi come se fossi in una foresta infinita, eterna, dove ogni albero è uguale all’altro e che pian piano si fa sempre più buia. Come una candela spenta e sciolta, senza possibilità di rinascita.

 

Mi guardo allo specchio e non mi riconosco, mi chiedo quando sono arrivata in un corpo come questo, se è davvero stato mio un tempo, cosa ne sto facendo. Quando è diventato cosi. Mi chiedo quando mi sono persa e perchè. Quale via sbagliata ho imboccato per finire con le spalle al muro. I miei occhi seguono il profilo delle cose, spesso si fermano su un punto fisso, eppure niente di ciò viene riflesso nella mia mente, rimane bloccato al confine degli occhi. Vedo senza guardare, guardo senza osservare, osservo senza capire. Come una seppia che può guardare solo da un lato e non sa mai cosa ci sia dall’altro. Secondo me è pieno di paure. Tutte le paure che ogni sera mi tormentano, tutti i pensieri peggiori che una ragazza possa concepire. E di domande, tutte le domande senza risposta, quasi fossero retoriche.

Come un leoncino in gabbia, senza chances di crescere. Come una festa di compleanno senza la canzoncina ‘Tanti auguri’, come Capodanno senza lo champagne, come Natale senza il presepe: come se mancasse qualcosa. È proprio così che mi sento.

Il mio essere sembra intrappolato dentro una bolla, nascosto o addormentato, passivo di fronte a quanto mi succede. Il mio corpo sembra solo un involucro vuoto di speranze, di felicità, di vie d’uscita. Un bozzolo che non ha mai lasciato volare la farfalla, che l’ha custodita tanto gelosamente da farla rimanere un bruco, o peggio. Lo specchio mi rimanda un’immagine di me trasformata, diversa da come era.

E il mio cuore, la mia consapevolezza, sono ancorati come delle patelle allo scoglio: non vogliono separarsi dai pochi ricordi che rimangono, non vogliono lasciare che si dissolvano anch’essi per non tornare. È cosi che mi sento… persa, senza speranza, senza sogni o desideri, senza coscienza. Solo tanto vuoto e tanta tristezza. Nessuna voglia di sorridere. Il mio sguardo perde vigore momento dopo momento, la piccola fiamma della mia intraprendenza e voglia di fare si estingue sempre più di attimo in attimo. Niente basta a colmare la voragine infinta che ho dentro e sembra risucchiare qualunque cosa bella trovi sulla sua strada. Quasi fosse un uragano infinito, pronto ad imperversare senza tregua. Vorrei tornare ad essere quella che sono, vorrei ci fosse un modo, una speranza anche fievolissima di poter tornare a gioire delle piccole cose, sentirmi ancora a casa, ricordare ancora qualcosa, ricordarmi che la vita merita di essere vissuta come un dono grandissimo, perchè un regalo migliore nessuno potrà mai farlo. Cosa mai riceverò che sia migliore di una vita da condurre in libertà?

Vorrei ancora avere un minimo di fiducia a fine giornata per poter sperare che il giorno successivo sarà migliore e per guardare l’alba e chiederle di stupirmi e avere la forza di scoprire come ha deciso di sorprendermi. Vorrei sentirmi protetta dallo stesso Dio in cui quasi non credo più, lo stesso che mi ha annientata, mi ha tolto tutto e non mi ha lasciato una via di risalita. Dicono che solo toccando il fondo puoi risalire. Il problema è che io il fondo non lo sento ancora, mi sento sospesa a metà del dirupo, nel vuoto più completo… come se vedessi il cielo ma non riuscissi a raggiungerlo, trattenuta da corde invisibili, come se il fondo ancora non fosse pronto ad accogliermi. Quasi mancasse ancora qualcosa a questo strazio. Dovrebbe essere il fondo dunque il mio più grande desiderio, per riuscire finalmente a tirarmi su, un fondo con un tappetino elastico. E invece quello che desidero di più è liberarmi da questa stupida sensazione che mi fa solo perdere tempo prezioso, di anni preziosi, di una vita troppo preziosa per essere buttata via così. Con la mia vita voglio far qualcosa di grande, non importa quando rilevante o per chi lo diventa, importa che lo sia per me e per chi mi circonda. Il mio più grande desiderio è rivedere accesa la mia speranza, è potermi librare nel cielo, lontana dal dirupo. Poter sorridere come se non importasse nulla del futuro o del passato, come se ciò che pesa davvero fosse tutto nel mio cuore.

E in questo sentirsi priva di strumenti, ho perso me stessa.

Voglio essere libera e felice.