Il destino ha voluto che scrivessi questo post proprio nei giorni in cui ricorrono i dieci anni da quando ho preso le valigie (non di cartone, eh!), ho viaggiato per 1200 chilometri (solo i primi di una lunghissima collezione di chilometri percorsi) e ho cambiato vita scegliendo di diventare macchinista e viaggiare sui treni.

Dieci anni sono volati come un lampo!

Scusate, forse dovrei prima presentarmi… mi ero fatto prendere subito la mano.

Sono Massimiliano, per gli amici più cari Massi, per molti colleghi Max, ho trentatré anni (vi prego, risparmiatemi le battute scontate sui trentatré anni).

Nato e cresciuto sulla bella sponda reggina dello Stretto di Messina con il mare sullo sfondo e, come vi anticipavo, da dieci anni vivo a Verona, per fare quello che sognavo da bambino: guidare i treni!

Da piccolo sognavo di guidare i treni, immaginando di lavorare nel deposito locomotive che vedevo costantemente dalla finestra di camera mia e dalla casa dei miei nonni.

Ecco, capite bene che il mio era (ed è) un sogno “alla portata”.

Non come quello di certi bambini: emulare Platinì (ve lo ricordate il calciatore della Juventus degli anni 80? vabbè forse non ve lo ricordate voi più giovani… facciamo meglio Cristiano Ronaldo) o di andare sulla luna.

Il mio era un sogno semplice.

Fare in macchinista! Ma per coronarlo ho dovuto allontanarmi da casa.

Qualche anno dopo la scuola e l’università sono riuscito a realizzare il mio sogno ma spostandomi giusto di qualche (oltre mille) chilometro dalla mia città.

Così anche io ormai da dieci anni faccio la vita dell’emigrato dividendomi fra due città: Reggio Calabria e Verona.

Posso svelarvi un segreto?

Adesso non mi sento più né totalmente reggino e tanto meno ancora veronese.

Dopo anni di riflessioni sulla figura dell’emigrato, mi sono reso conto che la sintesi più azzeccata la dà Otello Profazio (un cantastorie calabrese) nella sua canzone “Mannaja all’ingegneri”.

Ho sentito dire durante un suo spettacolo in cui chiede ad alcuni emigrati in Australia: «Ditemi, com’è l’Australia?». E uno di quelli risponde: «L’Australia? I primi trent’anni su brutti, invece poi…».

Ecco, potrei parafrasare questo aneddoto riferendolo alla mia (mia?) Verona: «Verona? I primi trent’anni su brutti, invece poi…!».

Forse questo è piuttosto il sentimento che accomuna tutti coloro che hanno dovuto lasciare la propria casa e soprattutto le proprie radici per andare altrove.

Insomma un po’ di saudade alla maniera brasiliana mitigata dalla presenza dell’immancabile cerchia di amici – emigrati anch’essi da Puglia, Campania, Sicilia, ecc. – con cui condividiamo volentieri i rimpianti per le nostre patrie soleggiate, soprattutto nei giorni del grigio autunno della pianura padana.

Ho la testa sempre rivolta al sempre al prossimo viaggio verso Sud, verso la Calabria.

Una cosa divertente?

Sogno per tutto l’inverno il mare della Calabria ma contemporaneamente non vedo l’ora di fare la prossima escursione sulle prealpi venete. Insomma, sono destinato a soffrire di sdoppiamenti di personalità!

Grazie al mio lavoro ho capito che il viaggio è la parte più bella di ogni spostamento, a prescindere dalla meta!

Adesso che mi ci fate pensare, avrei voglia di una passeggiata sulla via Marina di Reggio per sentire il profumo di mare, o forse mi accontento di fare due passi sul Liston ad ammirare l’Arena sontuosamente illuminata.

Buon viaggio a tutti. Ci incontriamo su un bel treno diretto al Nord… 🙂