La forza per andare avanti: il racconto di Enzo

Enzo lavora nel settore della ristorazione e come molti ha risentito del periodo della pandemia. La forza per andare avanti gli è stata data dai suoi clienti con cui negli anni ha formato delle vere amicizie.

Sono Enzo, ho 50 anni e lavoro nel settore della ristorazione. Sono titolare della sala ricevimenti “Terrazze le Rose” a Reggio Calabria.

Nel mio lavoro metto tutto l’amore possibile.

Non è possibile svolgere questo lavoro senza amore, passione, cura e dedizione per quello che si fa. Occorrono anche professionalità e disponibilità verso i clienti. Un altro ingrediente fondamentale a parere mio è la fantasia, e intendo formule e innovazioni, cercando di accostare la creatività alla tradizione, mantenendo i nostri sapori mediterranei in modo da stupire sempre i nostri clienti. Tutto questo se ben assemblato ti dà anche belle soddisfazioni.

In quest’ultimo anno e mezzo di pandemia tutto questo amore, tutta questa passione e dedizione non si sono potuti sprigionare.

Abbiamo lavorato poco.

Da marzo 2020 c’è stata una chiusura di circa 5 mesi ed essendo una struttura di programmazione e di eventi, abbiamo avuto un contraccolpo non indifferente.
Il lavoro programmato in questi mesi di chiusura è andato totalmente perso.

Però, con la nostra professionalità ed attenzione siamo riusciti nella riapertura dei mesi di luglio, agosto e settembre a recuperare una minima parte del lavoro perso solo riorganizzando tutte le prenotazioni.

La seconda ondata da fine ottobre è stata più devastante perché, a differenza della prima in cui si riponeva speranza nel periodo estivo, sempre con le dovute restrizioni che il DPCM ci sottoponeva, nella seconda si andava incontro al periodo invernale, stagione già caratterizzata da un numero di eventi minore.

Ricordo esattamente la chiusura del 26 ottobre e la sola riapertura dal 12 al 19 dicembre.
A complicare la situazione è stata proprio la chiusura totale del mese di dicembre, solitamente un mese molto proficuo a livello lavorativo, in cui producevamo circa il 20% del nostro fatturato annuo.

E ad accrescere la frustrazione anche le numerose illusioni di riapertura, tra cui il pranzo di Capodanno.
C’era stato detto di riaprire, nonostante tutto i clienti avevano già chiamato per prenotare: una forma di aiuto per far ripartire me e il mio locale, ma poi non è stato così.

Vi è stata soltanto l’apertura dal 10 gennaio al giorno di San Valentino, il 14 febbraio. Periodo in cui i clienti sono stati fondamentali. Sono stati il supporto e la forza per farci ripartire. Poi l’ennesima chiusura dal 20 febbraio.
Come ho già scritto, essendo un lavoro per programmazione è stato difficile organizzarsi e altrettanto difficile lavorare.

Un aspetto positivo, nonostante non abbiamo lavorato, è stato la vicinanza con i clienti attraverso i social: ci sono stati vicini con telefonate e messaggi di incoraggiamento.

Sono stati loro la forza per andare avanti, per non mollare mai in quei periodi in cui non trovavo un senso in quello che facevo.

Ci sono stati momenti di disperazione con il rifiuto anche solo a entrare in sala, perché “il locale è il mio tutto”.

In questa fase difficile sono stati i clienti con cui negli anni si sono creati legami di amicizia che mi hanno aiutato a ripartire, sono stati loro la forza che mi ha fatto andare avanti. Sono stati loro che mi hanno aiutato a ripartire anche economicamente venendo a mangiare quando si poteva aprire il locale.

Abbiamo sempre mantenuto la struttura in ordine come se lavorassimo, sia per essere pronti in caso di riapertura, sia per una motivazione personale che ci spingeva ad andare avanti.

Con le restrizioni potevo andare in sala solamente una volta durante la giornata, per questo facevo i turni con mio fratello per poter controllare il locale più volte al giorno. Una mia abitudine è quella di mantenere le luci accese anche se chiuso.

Per me il locale deve apparire come un “posto vivo” anche quando non si lavora, simbolo di speranza anche per i clienti che passano e guardano dalla strada.

I limitati periodi di apertura hanno comunque comportato delle difficoltà. Tuttavia noi, il personale e i clienti abbiamo tutti accettato le disposizioni, perché la voglia di tornare a stare insieme è più forte.

Inizialmente abbiamo vissuto situazioni di imbarazzo: il distanziamento da tenere, il salutarsi da lontano. Ma la voglia di lavorare ha fatto diventare le disposizioni una “nuova normalità”. Insieme abbiamo superato questi ostacoli.

Per questo motivo, secondo me, si tornerà alla normalità di una volta.

Ma ci vorrà del tempo.

Quello che sta succedendo è stato ed è paradossale, per questo torneremo alla normalità solo con la buona volontà delle persone sagge e buone, perché a un anno di distanza c’è ancora chi non ha capito che con il Covid non si scherza.

Non mi manca solo il guadagno, ma anche lo stare con le persone, con le quali sono solito creare rapporti di amicizia. Per questo la seconda ondata è stata per me più devastante della prima.

Prima conducevo una vita frenetica, dalla mattina a notte inoltrata. Mi manca questa vita non solo per un fattore economico, ma soprattutto emotivo e dinamico.

Non è solo lavoro ma la magia di stare con le persone, la voglia di vedersi, di stare insieme.

Dopo 30 anni in sala, ho trascorso il Natale a casa. E nella notte di San Silvestro a mezzanotte e un minuto sono andato a dormire.

La famiglia mi è sempre stata accanto e potrei dire, come tutti, che nel periodo di lockdown ho riscoperto lo stare con la mia famiglia, ma non è stato proprio così. Passare il Natale a casa non è stata la stessa cosa. Chi sceglie di fare questo mestiere mette in conto di sacrificare un po’ del proprio tempo familiare ma io credo che l’importante non è quanto tempo trascorri con la tua famiglia ma come lo trascorri.

Stare a casa senza fare nulla mi faceva stare male. Mi sono dovuto dedicare, nel periodo di chiusura, al giardino di casa. Non sono abituato a stare fermo e dovevo trovare qualcosa da fare per svagare. Avevo nostalgia del mio lavoro e del mio locale. Mi mancano le vecchie giornate di lavoro.

Di solito a Natale portavo la mia famiglia a lavoro da me e anche se non ero seduto al tavolo con loro, era uno stare tutti insieme, con la mia famiglia e i clienti ormai amici. La stessa cosa capitava a Pasqua, la sala era sempre piena e quest’anno pensare al locale rimasto chiuso mi ha rattristato.

Il mio obiettivo è di tornare alla normalità con maggiore intensità e forza, ricambiare con maggiore cordialità e personalità i clienti, soprattutto coloro i quali ci sono stati vicini. Non so che senso abbia avuto tutto questo. Per me è stata ed è tuttora una situazione surreale, a cui non so dare una spiegazione. Ma per ripartire sto anche cercando di creare nuovi progetti e dare “un piccolo lifting” alla struttura.

Mi sento di fare un appello anche a nome di tutti coloro che come me operano nel settore della ristorazione: lasciateci lavorare in serenità perché tutti noi siamo impegnati nel rispettare e far rispettare le regole.

Ripeto, fateci lavorare con serenità.

Questa foto è stata scattata qualche giorno fa e rappresenta la sala vuota, senza addobbi, senza persone, in attesa di una riapertura.
La desolazione della sala è ormai una visione straziante, che svuota gli occhi e il cuore. La luce che si intravede dalla finestra sembra una luce di speranza per il ritorno alla normalità.
Giada Maria Priolo
Sono una studentessa di Comunicazione e Dams. Mi piace la pubblicità. Le mie passioni sono la fotografia, il cinema, i libri. Amo viaggiare e vedere opere d'arte. Sono dolce, ma anche puntigliosa, ci tengo a quello che faccio. Il mio motto: "Fai in modo che succeda".

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