Libera la mente, chiudi il cuor, occhi socchiusi, usa i sensi. Così LaBrain, gruppo musicale di giovani musicisti reggini, decide di guidarci in quel percorso che si chiama Derma, dettandoci le istruzioni per un buon uso e ascolto di questo album.

I LaBrain sono un gruppo di sei ragazzi formatosi tre anni fa «con l’idea di creare degli inediti insieme», dice Alessio Ciccolo voce e chitarra della band. Non solo cover, insomma. Quelle che spesso imperversano nel panorama attuale di musica geolocalizzata a Sud. Inediti questi di un certo tipo di musica che spazia dal rock progressive all’alternative rock, a cui si ispirano continua Alessio, allo scopo di rendere maggiormente attuali questi generi e riportarli in auge.

Date le premesse, Derma è sicuramente un album coraggioso – “svecchiare” pietre miliari è sempre un’impresa ardua – , frutto di un lavoro ponderato che ha generato questo concept album il quale ha come filo conduttore la scoperta dell’interiorità, dell’ignoto. Non ha un target definito, essendo la musica abbastanza eterogenea.

Limitless, canzone di apertura, ci dà il benvenuto ed introduce verso una dimensione in cui tutto può essere capovolto o messo in discussione.

Derma, la canzone che dà il titolo all’album è probabilmente la canzone più riuscita dell’album. Un brano di oltre sei minuti in cui le parole sono del tutto soppiantate (ottima idea) dalla melodia della musica. L’entrata di un piano gentile e delicato lascia spazio a un assolo di chitarra che finisce per dissolversi nel dolce suono del piano originario. È come se rappresentasse una pausa da tutto capace di trasportare nella musica stessa. È invece Il passante che ci riporta coi piedi per terra, in una realtà che a tratti ci disorienta con le molteplici sonorità del brano e che ci fa dubitare del fatto che forse sia proprio lui ad aver capito come vadano le cose. La ruvidità de Il tempio delle banalità critica l’ordinarietà e superficialità del mondo attuale “dove adeguarsi e restare è un po’ come morire”.

Pelleossa riconosce la condizione umana “nuda e pallida” di fronte alla realtà; riflette della necessità di spogliarsi della veste materiale, della carne alla ricerca di qualcos’altro perché “questa pelle si nutre di qualcosa che non c’è”, di futilità che finiscono per manifestare i nostri limiti.

Il percorso è infine confermato da Sensi, brano dalla durata di 11 minuti che chiude questo album ambizioso. È infatti grazie a questi recettori che riusciamo a percepirci ed essere percepiti all’esterno.

Ciò che emerge da questo esperimento musicale, ed è ricordato anche da Alessio, è «la voglia della band di coinvolgere gli ascoltatori con la propria musica, trasportandoli in una dimensione diversa».

Il titolo Derma risulta così quasi contraddittorio: la pelle diventa un semplice veicolo che, attraversato dall’emozione della musica, giunge così a (ri)scoprire la parte intima di ciascuno.