In tutti questi anni non avrei mai pensato di riflettere su quanto sia difficile scrivere di buone notizie.

Probabilmente neanche le vediamo, ci passano sotto al naso mentre siamo troppo impegnati a crogiolarci nel nostro tran tran quotidiano fatto di lamentele, recriminazioni, voracità spasmodica di informarci sulle tragedie del mondo.

Del resto la spettacolarizzazione del dolore è sempre andata per la maggiore, sugli ultimi strafalcioni di quel politico o di questa miss Italia e, perché no, nel privato di qualche pettegolezzo fresco fresco di giornata, verità o menzogna che sia.

Mi auto-accuso brutalmente: da fredda e cinica giornalista arrivo al mattino in redazione con l’inconscia (mica tanto… altro j’accuse-moi) speranza che qualcosa sia successo.

Qualcosa di brutto, ovviamente. E per questo degno di nota, sensazionale, da catapultare immediatamente in cima al radiogiornale.

«Sento un elicottero volare sulla città!».

«Speriamo abbiano arrestato qualcuno di grosso».

«C’è stato un incidente in tangenziale!»

«Se ci è scappato il morto questa la sbatto subito subito come notizia d’apertura…».

Se non succede nulla – di brutto, è chiaro – la giornata di lavoro sembra quasi persa.

La recupero con qualche duro comunicato del consigliere d’opposizione contro la maggioranza, se sono fortunata raccolgo delle testimonianze di concittadini esasperati dal disservizio idrico, dalla strada dissestata, dalle lungaggini burocratiche. Certo, il top sarebbe apprendere di una tanica di benzina e di un accendino lasciati in un cantiere, o meglio ancora davanti l’abitazione di un qualsiasi esponente politico.

Ecco, qui sì, la mattinata già assumerebbe tutt’altro sapore.

Tanto lo so che partono subito i comunicati di “ferma condanna per il vile atto intimidatorio” da parte delle istituzioni! Ci scrivo sù per buoni due giorni!

Mai, e ribadisco mai, potrei pensare neanche lontanamente di arrivare una mattina in redazione e mettermi alla ricerca di “buone notizie”. A meno che non sia un esito straordinario di una ricerca scientifica, un trionfo sportivo degno di nota o ancora il mega-evento organizzato dall’amministrazione comunale che ha destato grande successo con conseguente bagno di folla.

E poi?

E mo’ basta, datemi un omicidio, un regolamento di conti, almeno una bagarre in aula in consiglio regionale, non lasciatevi pregare!

Già, maledetti “criteri di notiziabilità” – li chiamiamo così noi giornalisti – che non mi consentono di trovare interesse per una bella storia di un giovane che nonostante le tante difficoltà della vita realizza qualcosa di buono per sé e per la collettività, non mi permettono di aprire un radiogiornale con la notizia di una mamma che decide di portare avanti la gravidanza nonostante l’amniocentesi abbia rivelato una sindrome di down.

E l’apatia e l’insensibilità professionale, ahimè, credo proprio si siano insinuate sotto la mia epidermide.

Ma poi arriva… IAMU.

Arriva IAMU con il suo fondatore, of course.

Arrivano a farmi sorridere e ridere di gusto, arrivano a darmi speranza, a infondermi buonumore che mi rimane addosso come un profumo buono, dolce, di quelli che piacciono a me.

Arrivano a farmi re-innamorare della mia professione e della scrittura.

Irrompono in un momento particolare della mia vita, IAMU e il suo fondatore,a destarmi dal torpore e a ricordarmi che le storie belle, le cose, soprattutto le persone belle esistono, ci sono, spesso le abbiamo davvero a un palmo di mano e, potete giurarci, possono fare rumore. Possono far girare il mondo dal verso giusto. Voi continuate a soffiare.