Che senso hanno queste sofferenze causate dal Covid? La storia di una mamma speciale

Antonella è mamma di cinque figli. Nella sua testimonianza – piena zeppa di (auto)ironia e di vita vissuta con molte fatiche – immagina il ritorno alla normalità fatta di piccole gioie dopo tante sofferenze causate dal Covid, anche a lei. Crede comunque che nella vita tutto concorra al bene, anche nei momenti più difficili.

Sono Antonella ho sessantasei anni suonati e vivo a Reggio Calabria.

Da tre anni sono mamma a tempo pieno, sono andata in pensione dal mio lavoro, ho cinque figli: quattro femmine, di cui due sposate e un maschio, nato con la sindrome di Down, la ragione per cui alla mia età sono ancora in “perfetta forma fisica” nonostante la mia taglia extralarge.

Come ho vissuto la quarantena? Da mamma.

All’inizio ero quasi contenta di non dover andare su e giù tutto il giorno.

Che egoista che sono!

In realtà, poi, si sono rivelate tante le difficoltà nel gestire la chiusura forzata di mio figlio, in particolare.

Se noi abbiamo sofferto, beh… credo che lui abbia sofferto di più le restrizioni e lo stare chiuso in casa, di certo non adeguato al suo modo di essere. 

Non è stato per nulla semplice abituarlo a una vita diversa.

Senza relazioni esterne, senza attività fisiche per lui importanti, come il nuoto e la palestra.

Giovanni, il figlio di Antonella, a due passi dal mare

Non è stato semplice fargli capire perché fosse costretto a collegarsi a un computer e non andare a scuola, come ha sempre fatto.

Durante il lockdown abbiamo dovuto affrontare anche la preparazione online dell’esame finale, per la conclusione del suo ciclo scolastico.

Ma ce l’abbiamo fatta!

Siamo riusciti anche a fare l’esame in presenza: mio figlio era felicissimo, anche perché ha messo in mostra le sue capacità.

Tutto questo non contando certamente sulle mie forze, ma sull’aiuto di Dio al quale in questo tempo in particolare mi sono appoggiata.

Come sarà tornare alla normalità? Chissà!

Penso che tutti noi aspiriamo a una normalità forse ideale e irraggiungibile.

Ci vorrà del tempo, questo è certo.

Ci vorrà del tempo per venir fuori dalle paure, per superare i sospetti che si hanno persino nei confronti delle persone care, come dei figli, dei nonni. Per non parlare dei parenti e degli estranei, tutti potenziali trasmettitori del virus mortale. 

Mi auguro un ritorno a una normalità autentica.

Intendo dire una normalità non fatta però di falsi piaceri e felicità effimere, ma di quelle piccole gioie che tanto mi mancano: un caffè al bar con un’amica, una passeggiata senza limiti di spazio.

Certamente mi è mancato molto non potere andare a Messa, andare a trovare le mie figlie e i miei nipoti, non potere abbracciare una persona cara che non vedevo da tanto tempo, non potere andare a trovare un’amica all’ospedale o accompagnarne un’altra al cimitero.

Nonostante tutto, non credo di volere dimenticare questo tempo – come fosse una semplice parentesi – per poi tornare alla vita di prima come se nulla fosse successo. Ma vorrei vivere sicura che niente di ciò che è accaduto e che ci sta facendo soffrire andrà perduto.

Questo periodo di pandemia mi ha aiutato a prendere coscienza della precarietà della vita ma anche della sua bellezza e serietà.

Mi ha aiutato ad avere consapevolezza dell’esistenza di Dio, l’unico al quale mi sono appoggiata e dal quale ho trovato aiuto per vivere non ripiegata su me stessa e sulle mie paure.

E poi, la presenza di Papa Francesco ogni mattina puntuale alle ore 7, un appuntamento che non ho mai perso, mi ha dato giornalmente la carica per arrivare a fine giornata nella certezza che «tutto concorre al bene».

Si! Anche quelle che consideriamo disgrazie.

Tutto concorre al bene non è l’illusione che tutto andrà bene, cercando di rassicurarsi e basta.

È una certezza.

Che viene dalla fiducia in Dio. Non con la prospettiva di vivere al riparo da difficoltà o sofferenze, o siccome le cose vanno male sulla terra allora alziamo gli occhi al cielo e chiediamo aiuto.

C’è di più.

L’amore di Dio ci accompagna e ci sostiene nelle ore buie della vita, ci libera dalle paure ed è sempre fedele. 

Insomma quello che ho imparato è guardare da ora in poi le cose abituali con occhi nuovi.

Quando la pandemia sarà passata, continuerò ad occuparmi di mio figlio finché Dio vorrà e a imparare da lui ad amare la vita, ad apprezzare le cose piccole e grandi.

Ma soprattutto continuerò a essere grata a Dio di averci donato questo figlio.

Rebecca Siria Scordo
Sono una studentessa di Comunicazione e DAMS. Mi piace il bello, ma soggettivo. La mia passione è la moda, ma mi innamoro di tutto ciò che faccio. Sono una zia a tempo pienissimo, mi definisco la zia cattiva.

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